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Un giorno soltanto

Exibart 04-10-2010

UN GIORNO SOLTANTO

di Simone Frangi

Genova, Off-cells, passato. Losanna, Les Urbaines, futuro. Due nuovi stanziamenti temporanei per il progetto Roaming, dispositivo di migrazione geografica e virtuale. Un avvicendarsi di pratiche di nomadismo radicale e di apparizioni ritratte, documentate in modo aleatorio e archiviate virtualmente. Mostre della durata d’un giorno? Anche...

Gesta in un anno, o forse più. E muore in un giorno. O almeno così sembra. Questo l’identikit generico dell’evento prototipo di Roaming, strumento di mobilità artistica che veicola una riflessione sulla vita biologica dell’opera d’arte contemporanea attraverso l’esecuzione di mostre infingarde, che durano solo il tempo della loro inaugurazione, per poi cadere nel rigoroso archivio www.roaming-art.it.
Gli artisti Ermanno Cristini e Luca Scarabelli e il curatore Alessandro Castiglioni sono l’anomalia all’origine di questa operazione. Anche se tutto sembra essere nato loro malgrado: si trattava di afferrare qualcosa che era "nell’aria” da molti anni.
Questo permanent project trova il proprio luogo d’esecuzione nell’innesto dell’evento espositivo con l'impermanenza della dimensione della rete. Da una parte il ricorso seriale delle mostre e dall’altra la loro brevità istituiscono un tempo trasversale che ha in minima percentuale una natura performativa e che ha la sua ragione profonda nell’accelerazione consapevole del momento espositivo, per permettere una mediazione tra la genesi dell’idea e i suoi passaggi fenomenologici nel reale.
La "messa in scena” della mostra testimonia il momento preciso in cui il dispositivo Roaming assorbe l’opera e la invischia,
per poi attuare una delazione dell’oggetto e fare spazio alla sua riproduzione fotografica, mettendo sotto la lente dell’analisi critica la natura dell’immagine e il suo contributo alla visibilità.
Sin dallo start up di Barasso, Roaming asseconda il proprio destino di nomadismo e si sviluppa in più tappe - ormai 16 - dislocate sul territorio europeo: questa decontrazione delle produzioni funziona esattamente come la circolazione dell’immagine dell’opera. Nello spirito di un progetto rizomatico, nato anche contro la mitologia della curatela e della progettazione, Roaming raccoglie una collettività disseminata e segnata dalla causalità, in cui anche le modalità di raggruppamento degli "agenti” del progetto seguono il principio di migrazione e di trasferimento.
Così la virtualizzazione della mostra non emerge come una sua diminuzione ma, al contrario, non fa altro che assecondare la " presenza anti-materica dell’opera” (Gianni Caravaggio). Il sito di Roaming, costruito anch’esso dinamicamente e secondo una semiotica partecipativa, amplifica e mette a fuoco questo spazio processuale in cui l’opera si forma e si produce. La dimensione dissolta della rete induce una tensione verso l’anonimato: i "contribuenti” di Roaming sono condotti a depositare il proprio contributo nel processo di formazione, de-autorializzandolo e creando una confusione identitaria tra le opere e le immagini, tra il lavoro degli artisti invitati e il racconto dei documentatori.
Ma le opere sono già all’origine nascoste, reclinate nella loro esistenza interstiziale. E in parte manipolate nell’integrazione con uno spazio sempre molto connotato. Agire nella storia dello spazio e accorgersi che l’opera è sempre fuori dal suo territorio - oppure che si riterritorializza a ogni sua ricollocazione - aiuta Roaming a intrecciare le proprie istanze con la contingenza dei luoghi ospitanti. Più che gli oggetti, sono all’opera le loro sostituzioni: l'evento sostituisce la messa in mostra, l'immagine dell'opera sostituisce l'opera, lo spaesamento sostituisce la comprensione.
L’assetto osmotico del progetto, infine, mette in campo un’assunzione di responsabilità del proprio compito artistico. Le produzioni di Roaming escono dall’inerzia della contemplazione per risignificare continuamente ciò che è stato prodotto. Gli artisti (tra cui Jiri Kovanda e Ryan Gander) accettano per attrazione il coinvolgimento in un’occasione di produzione in totale gratuità e secondo istinto. E anche questa pubblicazione, forse, è un arruolamento. Un essere preso, temporaneamente, nella rete.
L’ultima apparizione in ordine di tempo è stata a Genova, a Villa Croce. Il 24 settembre, per un giorno soltanto e per l’evento intitolato Off- cells: pratiche della non visione, un gruppo di artisti composto da Nina Beier, Ermanno Cristini, Vicky Falconer, Ryan Gander, Federico Maddalozzo, Giovanni Morbin, Andrea Nacciarriti, Luca Scarabelli, Alessandra Spranzi e Adam Thompson ha lavorato in maniera intestiziale sulla collezione permanente del museo.
Il prossimo appuntamento è invece previsto il 4 dicembre a Losanna, presso il Museo d’Arte Contemporanea. Un intervento nell’ambito del festival Les Urbaines, dedicato all’arte emergente. Durata: un solo giorno, comme d’habitude.

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