ROAMING

EVENTS

CONCEPT

TEXTS

INFO

Cenere, ritardi e altri lutti


CENERE, RITARDI E ALTRI LUTTI

di Roberto Limonta


Infrasottile, fantasma, ombre e simulacri. Polvere, ceneri, frammenti del vuoto. Con una frequenza ormai sospetta il vocabolario estetico della contemporaneità sembra prediligere le parole più vicine al sussurro, la presenza discreta, l'evanescenza seducente; ostenta la propria attrazione per i confini vaghi ed i bordi sfumati, il gusto per le pieghe in ombra dell'essere, la passione per il gioco intrigante sul limite e al limite dell'impercettibile. Un sillabario del silenzio le cui parole, se prendono corpo, lo fanno per reazione e contrasto, astenendosi da quella che può essere, a volte, la violenza della presenza. In un mondo saturo di quelle che una volta si sarebbero dette merci, l'arte sembra costruire i propri spazi su scarti e ritagli, con la geniale industriosità del bricoleur (che era poi l'autodefinizione di Duchamp). Ma occorre lo faccia in sordina, perché lo spazio invece si nutre della persistenza delle cose e di un assetto stabile che permane oltre le sostanze che transitoriamente lo abitano; così inteso, lo spazio è per definizione l'antieffimero nel suo opporsi alla consumazione del tempo (“immobile limite del contenente” secondo la definizione classica imposta dalla Fisica di Aristotele). Ecco invece che negli spazi estemporanei di Roaming si mostra una vibrazione nascosta, quasi un inconscio dello spazio, un palpito che vive di accenni e sussurri, di cose dette e non dette, forse intraviste, forse intuite, in bilico sul crinale sottile che sfuma l'esserci nell'assenza. Si svela ma al contempo si defila ai margini, perché di margini e sottigliezze si compone: apertura e custodia, gioco di Mondo e Terra, secondo l'espressione, celebre, de L'origine dell'opera d'arte di Heidegger.
Se questo è lo spazio, qual'è il suo tempo? Lo spazio che si assottiglia, che si sfrangia mostrando le risorse espressive delle sue maglie, lascia campo al tempo, porge, per così dire, il suo omaggio feudale al nuovo sovrano delle arti. E come fare allora, di quello spazio in cui pur bisogna stare, il luogo vibrante e instabile dell'effimero, senza che lo spazio stesso non ne venga snaturato? La scommessa di Roaming è tutta qui, nell'istantaneità dell'intuizione come nel consumo immediato della mostra. E' l'opera come evento, nell'intuizione, ancora una volta, del pensiero heideggeriano: evento (Ereignis scrive Heidegger) come l'istante in cui accade nel mondo, si apre in mezzo agli enti, la radura dell'essere, l'epifania della verità, qualsiasi cosa essa significhi. Ereignis che ha sempre quel carattere di discrezione, di apparizione furtiva (“come un ladro nella notte”) velata da un ritrarsi pudico per custodire, e proteggere dal tumulto degli eventi del quotidiano, il dono prezioso di una verità che “avviene”. Una verità che non parla delle cose, che non vi imbastisce cultura ma che fa parlare le cose stesse e quindi è le cose stesse: che non si muove nello spazio ma è lo spazio stesso, l'ostensione e rivelazione dello spazio in quanto tale. Una verità che “avviene”, appunto: che vive nel e del tempo, nelle traccie sottili e nei filamenti impercettibili che il tempo intreccia tra spazi e cose.
E' un tempo nostalgico già all'origine, malinconico nella memoria di qualcosa che non è mai stato; il ricordo di qualcosa che ha cominciato a vivere nella forma stessa del ricordo. A tratti le installazioni di Roaming fanno pensare ad una sorta di blitzkrieg estetico, con tutti i crismi della guerra-lampo: rapidità per sfruttare l'effetto sorpresa, un impeccabile coordinamento, imprevedibilità e soprattutto niente prigionieri, nulla che trattenga la sostanza delle cose se non il ricordo come forma nostalgica a priori di qualcosa che non è mai stato se non nella forma dell'evocazione nostalgica di un sé stesso inesistente (e le contorsioni linguistiche, qui, cercano di restituire per quanto possibile il circolo ermeneutico che il concetto estetico di Roaming va esplorando). Anche la malinconia è un velo sottile che si stende sulle cose, come cenere, come polvere che si deposita.
“L'opera non imita uno spazio. Essa produce il suo luogo – il suo lavoro del luogo, la sua favola del luogo – attraverso un lavoro e una favola di tempo, un mimo di tempi aggiunti.”: così scrive Didi-Hubermann in Sculture d'ombra, ragionando sui lavori di Parmiggiani. L'istante dell'opera, il suo carattere di evento come qualcosa che esiste lì, in quel momento, e che non è semplice rappresentazione di una preesistenza ma qualcosa che avviene adesso: tutto questo non si risolve nel consumo dell'effimero quotidiano, ma porta con sé, appunto, l'alone di “tempi aggiunti”, una “favola del luogo” che si tramanda di bocca in bocca, come da sempre con le favole. Presenze discrete che dialogano con spazi storici, come Sansone in mezzo a tanti Golia. Alla fine, di tutto questo restano le ceneri; e se ci domandiamo con Derrida cosa resta delle ceneri, la risposta è che le ceneri sono ciò che resta.